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Veduta aerea di piazza Ducale e del Castello
Vigevano, città industriale della Lomellina settentrionale, sorge sul primo
terrazzo occidentale della valle del Ticino, lungo una delle vie più frequentate che
collegano il Piemonte alla Lombardia. Isolata nel paesaggio, appare quasi perduta
entro la piattezza dei campi; penetrando al suo interno, ritagliata nel corpo
dell'abitato, rivela improvvisa la bellezza di una grande piazza della fine del' 400.
Per chi arrivi da fuori - scrive Guido Piovene - sembra che essa "sorga dal paesaggio rustico dopo una corsa lungo i canali di irrigazione; ogni volta provoca un senso di
scoperta e meraviglia". Poco nota, forse ideata da Bramante, è sicuramente tra le piazze più belle e ignorate del Rinascimento italiano; con gli edifici
adiacen ti del Duomo e del Castello, un tempo dimora principesca dei Visconti e degli Sforza, costituisce un complesso unitario di rilevanza eccezionale, dominante sul resto della città.
Il Rinascimento ha dunque strutturato la città definitivamente, senza modificarla in modo diffuso, ma creando un insieme di spazi e architetture che staccano
dall'intorno sia per le dimensioni che per il loro carattere colto. Più di altri centri, Vigevano è imperniata intorno a pochi fatti decisivi, emergenti, riassuntivi del carattere della città, mentre l'abitato ha conservato a lungo il carattere di una borgata rurale, costruita fittamente su un impianto circolare intersecato da
strade radiali.
Ma a questa struttura differenziata, si è sovrapposto nella seconda metà dell'800 lo sviluppo improvviso della città industriale, che ha fatto di Vigevano il più importante centro italiano di produzione delle scarpe.
Perché Vigevano, scrive ancora Piovene nel Viaggio in Italia, non è solo città d'arte, ma anche
"regno dei calzolai, uno dei casi di americanismo in Italia".
La popolazione passa dai 17000 abitanti del 1861 ai 65000 attuali. Ma la trasformazione più drastica,
profonda, è degli ultimi 30-40 anni: alla città storica si sovraimpongono un'altra
città, un'altra popolazione, un'altra vita, radicalmente diverse. Non è possibile
intendere i monumenti, o la parte antica del centro, senza intendere questa vita nuova e il senso che attribuisce ai luoghi della città.
La violenza del mutamento è raccontata nei romanzi di Lucio Mastronardi, lo scrittore più importante della Vigevano contemporanea. La città che
Mastronardi descrive è quella della frenesia dello sviluppo, prima e dopo l'ultima guerra: una società perduta nel mito del denaro e della produzione, dominata dal feticcio della scarpa, percorsa da sconvolgimenti profondi, segnata da ascese improvvise e irrimediabili emarginazioni.
Questa quotidianità della provincia, apparentemente insignificante ma carica di drammi, si dipana entro una città dal volto
dimesso, anonimo, senza sfondi, tarlata dal degrado delle parti antiche e involgarita dall'esibizione di lusso degli edifici nuovi. Unico, grande sfondo, carico di
dignità e di cultura, rimane la piazza, scena fissa su cui seguita a svolgersi la
rappresentazione della vita cittadina, unico, autentico elemento di continuità delle vicende urbane.
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